Delocalizzazione, globalizzazione e coronavirus

Delocalizzazione, globalizzazione e coronavirus

Nel corso degli ultimi decenni, abbiamo assistito a un processo di delocalizzazione delle imprese che è parso ineluttabile, in particolare nei processi di produzione. La delocalizzazione ha interessato dapprima i settori ad alta intensità di manodopera; noi tutti ricordiamo il trasferimento ininterrotto della produzione di calzature, del tessile, di autoveicoli e di tutti i tipi di manufatti verso i paesi asiatici, in Medio-Oriente, in Estremo-Oriente, naturalmente in Cina, ma estendendo molto piu’ lontano (India, Turchia, Vietnam...).

 

Da allora in poi, le delocalizzazioni hanno riguardato la maggioranza dei settori produttivi, compresi quelli che utilizzano la tecnologia ed il capitale, grazie alla capitalizzazione degli utili che hanno accumulato con i paesi emergenti (o quelli che lo erano nel secolo scorso) permettendo di realizzare grandi investimenti e, in molti di casi, accedere al controllo delle materie prime strategiche nei processi di produzione in generale e nei processi tecnologici in particolare.

 

Parallelamente a questa dinamica delocalizzazione, e in parte in conseguenza di essa, l’economia si è globalizzata, cosicché le situazioni o gli incidenti che accadono in una parte del mondo si diffondono al resto del pianeta in ragione delle interrelazioni che sono state create tra tutte le economie, tra tutti i paesi, tra tutti i continenti.

 

La globalizzazione si è chiaramente fatta sentire in occasione della crisi internet dell’anno 2000 e durante la crisi finanziaria dell’anno 2008. Tuttavia, è con l'attuale crisi, derivata da COVID-19, che comprendiamo l'impatto più evidente della globalizzazione, non solo in termini di contagio epidemico globale, ma già quando erano colpite dall’infezione la Cina e la Corea del Sud.

 

Durante questo breve periodo e quasi immediatamente, la paralisi di una parte importante della Cina, quindi della Corea del Sud, ha comportato una grave restrizione delle forniture da questi paesi e, direttamente, ha causato gravi perturbazioni nelle forniture in tutto il mondo.

 

Le aziende tecnologiche, dal Giappone agli Stati Uniti, hanno dovuto interrompere la produzione a causa della mancanza di materiali; la stessa cosa è successa a una parte significativa delle case automobilistiche di tutto il mondo e migliaia di aziende di tutte le dimensioni, nei cinque continenti, hanno dovuto rallentare o arrestare le loro catene di produzione.

 

Allo stato attuale, la paralisi che colpisce sempre più aziende che sono direttamente interessate dal Covid-19, ci ha fatto dimenticare queste circostanze; ma la lezione è stata appresa, a un costo elevatissimo, e il tessuto economico non deve dimenticarlo e deve agire di conseguenza.

 

Molte voci si stanno elevando per proporre e consigliare il ri-trasferimento delle società di produzione dove erano scomparse, a partire dalla produzione di attrezzature sanitarie essenziali ma proseguendo anche con quelle considerate strategiche (energia, combustibili, macchine essenziali, materiali materie prime di base...). Molti sostengono che non vedremo più compagnie aeree a basso costo come è avvenuto finora, soprattutto perché il turismo diventerà locale in proporzione significativa.

 

Improvvisamente i paesi nei quali si producevano le automobili che intendevamo acquistare, le borse che volevamo offrire, le scarpe che vediamo nei negozi diventano importanti. In generale, il luogo in cui il prodotto viene fabbricato diventa uno degli elementi importanti nella decisione di acquisto o utilizzo. Vediamo una consapevolezza generale dei consumatori, che è ulteriormente accentuata da questa crisi Covid-19. Gli esempi della Gran Bretagna con BREXIT e la politica di Trump negli Stati Uniti, che promuove chiaramente l'attività nazionale, sono chiari esempi di questa tendenza.

 

Va ricordato che le grandi crisi sono anche i catalizzatori di grandi cambiamenti nelle dinamiche sociali. Non solo questa crisi non farà eccezione, ma sarà anche più grave di altre, dal momento che dalla seconda guerra mondiale le persone non sono state costrette a rimanere in casa per settimane.

 

Pertanto, a livello globale, prevediamo che il tessuto produttivo operi un processo inverso a quello degli anni 80 e che tenderà a re-localizzare, in modo che ogni paese possa controllare la produzione di elementi essenziali e strategici necessari per il proprio funzionamento, e riserverà la delocalizzazione ai prodotti di consumo non essenziali che, sappiamo tutti, sono accessori.

 

Se questa tendenza progredisce, ci sarà una deglobalizzazione, poiché i paesi e le loro economie diventeranno più indipendenti dai movimenti mondiali.

 

Dal nostro punto di vista, ciò crea grandi opportunità per gli imprenditori nella creazione di nuove attività da zero, la fondazione, il consolidamento e l'avvio di industrie produttive ricollocate.

 

Inoltre, negli ultimi anni, abbiamo acquisito le tecnologie avanzate che sono ora alla portata di qualsiasi nuovo progetto, in modo che la concorrenza internazionale non sia un rischio, né da un punto di vista strategico né da un punto di vista economico. Non saranno le aziende storiche a essere sopraffatte dalla tecnologia del resto del mondo, ma le aziende moderne in grado di superare la concorrenza nel mercato.

 

Gli imprenditori, in particolare gli imprenditori europei, hanno ora l'opportunità, come mai prima d'ora, di sviluppare le loro attività in settori strategici o nuovi che saranno ora alla loro portata.

 

Dovremo adattarci, dovremo innovare; ma le opportunità ci saranno per coloro che vogliono approfittarne..

 

M. JORGE CÓNSUL (Vice-Presidente, Divisioni Mentoring Esecutivo e Gestione strategica)

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